Intervista ad Antonio Gottarelli sull’esistenza della via Flaminia Minore

“… le tracce della via Flaminia minore tra Idice e Sillaro ci sono e sono sotto gli occhi di tutti, ma c’è chi, evidentemente, non le può o non le vuole vedere”


Da “Valli Savena e Idice”, n. 43: La diatriba tra Cesare Agostini e Antonio Gottarelli sull’esistenza della Flaminia Minore, di Giancarlo Fabbri.

Il Gruppo d’azione locale (Gal) dell’Appennino bolognese ha iniziato a presentare i progetti rivolti al sostegno e allo sviluppo del turismo sostenibile scegliendo, come indicato nel suo sito, «di privilegiare il turismo degli itinerari, e l’eco-turismo, per offrire al turista storia, ambiente, benessere, tradizioni agroalimentari ed enogastronomia. Gli itinerari sono: la Piccola Cassia la Linea Gotica, la Flaminia Minor, l’Alta Via dei Parchi, la Via del Gesso e due itinerari trasversali a questi: Terra della Castagna e del Marrone e Terra del Vino». Alla luce delle polemiche in corso, Cesare Agostini e Franco Santi ancora oggi ribadiscono che «La Flaminia minor non esiste». E il 25 marzo scorso, sul sito della Hemingway Editore che edita questo notiziario ed anche “Un’Idea di Appennino” (hemingwayeditore.wordpress.com) furono anche pubblicati i commenti di Agostini alle argomentazione del professor Antonio Gottarelli del Dipartimento di Storia Cultura Civiltà dell’Università di Bologna, e direttore del museo “Fantini” di Monterenzio. Abbiamo interpellato il prof. Gottarelli che ci ha rilasciato questa intervista.

Prof. Gottarelli, come mai vengono fatti investimenti rivolti alla fruizione turistica di una strada romana che non esiste, essendoci già una Flaminia Militare?

Su questo punto vi è stato un grosso fraintendimento: gli investimenti del Gal non riguardano la fruizione turistica di queste strade storiche, ma riguardano il sostegno al settore agrituristico e agroalimentare per lo sviluppo di un turismo appenninico sostenibile. Le vie storiche sono state prese come semplice indicazione dei territori su cui si agirà con le diverse azioni di sostegno. Venendo poi alla discussione sulla viabilità transappenninica storica, continuare a ribadire che una via non esiste perché se ne conosce un’altra è un concetto sbagliato, più ideologico che scientifico. Inoltre la polemica deve rimanere nei binari giusti e, al di là del reciproco fervore, disturba che vengano attribuite frasi mai dette. Io non ho mai detto che «Agostini e Santi sarebbero degli impostori», né mi sarei mai sognato di dirlo di persone che, ci tengo a precisarlo, stimo, al di là delle convinzioni e competenze personali di ognuno, e che conosco da tempo. Ma non accetto nemmeno che mi si accusi di un falso ideologico costruito per ragioni di politica territoriale, né che si continui ad affermare che “la strenua difesa del percorso della Flaminia Minor sulla dorsale tra Idice e Sillaro, fino alla Raticosa, sia relegata a mera ipotesi per studi accademici”. La via c’è e lo si può anche dimostrare.

Però Agostini continua a dire che “le ricerche su quella dorsale non hanno portato al rinvenimento di alcun indizio archeologico della esistenza di una strada romana”. Il problema della persistenza archeologica è centrale.

Con le stesse argomentazioni adottate da Agostini e Santi per dimostrare che la “Flaminia minor” non esiste, non esisterebbe la centuriazione romana: di quei percorsi non c’è praticamente nulla di archeologico, se non la persistenza del disegno ortogonale delle centurie, ancora presenti nel paesaggio agrario attuale. Per le vie transappenniniche è la stessa cosa. Più che cercare evidenze materiali assai labili, valgono per noi le persistenze toponomastiche, che è ciò che, più di ogni altra cosa, qualificava una strada romana. Si tratta in sostanza del sistema di numerazione delle distanze stradali che veniva inciso su grandi cippi milliari posizionati sulle strade. Nel corso dei secoli il ricordo di quei grandi monumenti si tramutò in nomi di luoghi riferiti al loro numerale, come Sesto, Otto, Decimo, oppure Migliarino, da millium, o ancora Anzisa e Incisa, da saxa incisa. I miei studi hanno dimostrato la presenza di questi toponimi su entrambe le direttrici e su questo punto Agostini e Santi non hanno mai risposto, riferendosi sempre ai soli odonimi medievali derivati da “Flaminia” rilevati da Alfieri e da Paola Foschi.

Ma come si spiega allora la presenza di testimonianze materiali sulla Flaminia Militare e l’assenza tra Idice e Sillaro?

Mi dispiace deludere Agostini ma di reperti romani sulla direttrice Idice-Sillaro ne sono stati trovati molti, per non parlare di quelli che si legano alla preesistente popolazione etrusco-gallica che viveva nel territorio e che si oppose a Roma proprio in questa fase. Di basolati o lastricati identici a quelli di Monte Bastione ne abbiamo per chilometri, tuttora usati come viabilità vicinale. E altri chilometri sono sottoterra da riscoprire, ma con percorsi che conosciamo quasi metro per metro, confermatici dalle mappe catastali, antiche e moderne, e dai toponimi miliari. Venga che le mostro i basolati e i lastricati da noi rinvenuti in val Quaderna.

Quando Agostini e Santi hanno scoperto i basolati di Monte Bastione hanno chiamato a vederli nomi di spicco della cultura, anche Alfieri, oltre a giornalisti, video cine operatori. Hanno chiamato il percorso Flaminia Militare e dato alle stampe libri in cui si esclude categoricamente l’esistenza di una Flaminia Minor. Qui ci fate vedere una Claterna – Passo della Raticosa, quasi segreta, ma non esiste una pubblicazione che la descrive, come mai?

Agostini e Santi hanno avuto i loro buoni motivi per pubblicizzare subito i loro dati, acquisendo così una certa fama e un parere favorevole di soli tre colleghi, non archeologi, ma epigrafisti o topografi, senza esperienza sul campo. Chi opera professionalmente in questo settore dovrebbe pubblicare solo dati oggettivi, basati solo su certezze scientifiche. La strada che le ho fatto vedere, con tratti ghiaiati, basolati e lastricati, si snoda verso sud per una quindicina di chilometri nella valle del Quaderna, partendo proprio dalla città romana di Claterna a lato della Domus dei Mosaici. La direttrice è dunque sicuramente romana, perché la strada è stata scavata all’interno della città in uscita da essa, ma i lastricati del Quaderna non è per nulla certo che siano romani.

FIG 01

Dunque non avete la certezza che quei basolati e lastricati che mi ha fatto vedere siano di epoca romana?

Dalle evidenze materiali noi archeologi non possiamo confermarlo, se non dopo aver operato uno scavo stratigrafico della sezione stradale che porti a rinvenire elementi datanti. Certo è, che essendo identici ai basolati di Monte Bastione, allora ne consegue che se quelli sono romani, come sostengono Agostini e Santi, allora lo sarebbero anche questi e dunque Agostini e Santi avrebbero torto. E se invece si dimostrasse che questi non sono romani, allora non lo sarebbero nemmeno quelli, e nuovamente Agostini e Santi avrebbero comunque torto. Perché allora mettersi in un vicolo cieco? Si tenga presente che è storicamente accertato che nell’area tra il Sillaro e il Reno in epoca romana furono tracciati tre percorsi transappenninici: la Arezzo-Bologna, la Firenze-Bologna e la Pistoia – Modena. Il progetto Gal indica le tre direttrici con “Flaminia Minore”, “Via degli Dei”e “Piccola Cassia”. Il dato è dunque comunque corretto e i nomi attribuiti servono solo ad identificare quei settori appenninici per il progetto GAL. Alfieri, ispirandosi alle cronache di Tito Livio, attribuì il nome Flaminia Minor al percorso Claterna – Arezzo lungo il crinale Idice – Sillaro su base indiziaria. Tale nome è quindi usato, da allora, per consuetudine, ma non per certezza scientifica. Così è per la Flaminia Militare Bologna – Fiesole, di Agostini e Santi: è una direttrice sicuramente romana ma non è per nulla certo che sia quella disegnata da Caio Flaminio e non è altrettanto sicuro che quei basolati siano di età romana. Il dibattito sui nomi delle strade è fuorviante ed è necessario basarsi su altri dati e questi non possono certo essere l’evidenza di quei basolati, dato che li ritroviamo sia qui che là.

Ma allora ci sarà pure un qualche documento che dia rilievo al percorso tra l’Idice e il Sillaro verso Arezzo?

La chiara evidenza di questa via è data dalla Tabula Peutingeriana. In quella che è una rappresentazione pseudocartogafica di tutte le strade dell’impero romano, sono raffigurati i più importanti fiumi, la cui scala d’importanza è data, nell’ordine: da una linea blu, da una linea blu bordata di rosso, e, nei corsi di maggiore importanza, da una linea blu bordata di rosso con scritto il nome del fiume. Questo vale per il Danubio, per il Nilo, il Po, il Reno e tutti i grandi fiumi. Ma insieme a questi, linea blu, linea rossa e nome compaiono anche per indicare i due torrentelli Idice e Sillaro: Isex e Silarum. Come possono, Idice e Sillaro, venire paragonati al Nilo o al Rodano?

La risposta è più che ovvia se si immagina che qui confluiva la consolare di Gaio Flaminio, ragione per cui Claterna divenne un municipium importante alla pari delle altre città limitrofe della via Emilia. E’ poi archeologicamente confermato che sulla via Emilia a poca distanza da Castel San Pietro e verso Claterna vennero eretti, proprio nel 187 a.C., due enormi cippi miliari contenenti la distanza da Roma, e questi cippi ben spiegano la convergenza in quel punto delle due grandi strade consolari. Le tracce dunque ci sono e sono sotto gli occhi di tutti, ma c’è chi, evidentemente non le può o non le vuole vedere.

Cippi

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