Un nuovo principio narrativo per i Beni Culturali

Parco Archeologico in Rete: inversione del paradigma sulla natura e bellezza del Bene Culturale
Il concetto di Parco Archeologico in Rete risponde ad una diversa percezione del concetto di Bene Culturale rispetto a quanto è espresso nelle intenzioni Ministeriali. In queste ultime il bene culturale è concepito come entità statica, immutabile eredità del passato, non modificabile e definita nel tempo. Il Bene Culturale è così assimilato a principi collezionistici in parte ereditati dalla Storia dell’Arte, dove il concetto di valore è nella sua fisicità ed unicità, e dunque oggetto prezioso da relegare da chiudere in una vetrina di Museo con fini puramente espositivi. Diversa è la percezione del Bene Culturale che viene dalla ricerca archeologica. Essendo il Monumento archeologico un bene di nuovo rinvenimento, viene meno l’idea di considerarlo staticamente immutabile e definito nel tempo. L’archeologica moderna non ha come suo obbiettivo la scoperta di soli beni materiali, o tesori di riconosciuto valore artistico, ma è metodo scientifico di analisi dei contesti che ne raccontano la storia, a partire dall’analisi stratigrafica dei loro fattori di occultamento. L’Archeologia, in sostanza, cerca informazioni, e non necessariamente oggetti, e questi ultimi concorrono alla ricostruzione del contesto storico e ambientale dei luoghi indagati solo se opportunamente inseriti, insieme agli altri dati, nel più articolato processo di interpretazione del contesto stesso. In questa ottica il Bene Artistico e Culturale è tutt’altro che statico, ma è anzi, al pari della natura del paesaggio, oggetto di un continuo processo di sua alterazione, riuso ed interpretazione, ed è questa sua continua mutevolezza nel tempo e nello spazio che ne fa cogliere, ad un’osservatore consapevole, la percezione di Armonia e Bellezza.
Per un Museo diffuso: il paesaggio storico-archeologico come NetWork culturale veicolo di Bellezza
Più che un singolo Museo, Area Archeologica o Monumento, è dunque il contesto ambientale e storico territoriale entro cui il bene si è costituito il vero veicolo culturale della percezione del nostro essere parte della mutevolezza dello Spazio e del Tempo. Ed è allora nella costituzione di Arche, isole tematiche del sapere, quali nodi di un NetWork territoriale che ancora disegna sul territorio i percorsi storici che li collegava, che si gioca nell’immediato la costruzione di un modello di fruizione del paesaggio storico che costituirà la base di una nuova dimensione del concetto stesso di valore del Bene Culturale. Modello gestionale e modello di fruizione vanno così ad integrarsi in progetti di valorizzazione di quelle vie e di quei sistemi di mobilità che vertono sui nodi territoriali di interesse tematico, percorsi e nodi che rispondono al disegno stesso dell’antica infrastruttura territoriale e che restituiscono al visitatore tempo, ragione e significato della stessa narrazione del paesaggio storico.
Arc.a Monte Bibele: gli archeologi e la ricerca archeologica come traccia comunicativa
Chi deve allora produrre questi modelli integrati di gestione e di fruizione culturale in grado di determinare i contenuti informativi, i modi e le forme narrative utili alla costruzione del racconto? La risposta rimanda ad una ulteriore inversione del paradigma ministeriale secondo cui i Beni Culturali, in quanto “giacimenti”, debbano essere gestiti da chi nulla sa della loro storia, e cioè da manager esperti in realizzazione di profitto, e non da chi quella storia la ha vissuta, realizzata e concretizzata con il proprio sforzo fisico e con le proprie capacità intellettuali: nel nostro caso, quegli stessi archeologi che quel patrimonio lo hanno rinvenuto, studiato e valorizzato. Arc.a Monte Bibele APS è allora il completamento naturale di un modello che rivoluziona l’idea stessa di bene comune come proprietà indivisa su cui lo Stato riconosce il solo valore patrimoniale e su cui tale riconoscimento fa gravare regole che spesso pongono il bene stesso nella disponibilità di nessuno, piuttosto che nel legittimo godimento di tutti. Nella narrazione di chi quel bene lo ha rinvenuto, il Bene Culturale e la sua Bellezza sono al contrario il racconto di un grande patrimonio collettivo del passato che ancora ci appartiene e che tale deve rimanere: l’incredibile sforzo di vita, civiltà, miserie e passioni, di coloro che, prima di noi, hanno provato a confinare l’ineluttabilità della morte, del tempo e dell’aldilà in una idea del loro destino futuro che nella riscoperta del passato giunge fino a noi, divenendo parte del nostro presente. Il vero racconto dell’Archeologia, in quanto cosa che merita di essere raccontata, è dunque principalmente nell’emozione di chi, riscoprendo il testamento del passato, si rende artefice dei destini di questo loro viaggio nel Tempo, restituendone forza, valore e significato.
L’antica ritualità del tempo futuro come costruzione narrativa ed esperienziale
L’inversione del paradigma narrativo della Storia è così definitivamente compiuto e prospetta scenari di nuova Bellezza del Bene Culturale entro cui la banalizzazione rievocativa di un nostro viaggio ideale nel passato, in una sorta di fin troppo abusata “macchina del tempo”, lascia il posto alla diversa esperienza emozionale che è il sentirsi parte presente e consapevole di questo loro immaginario viaggio nel tempo futuro. E questo viaggio è cosa che ci riguarda molto da vicino e ci colpisce nel profondo: perchè quel loro tempo immaginato altro non è che il senso della nostra stessa vita, essendo cosa che tratta del nostro destino, di ciò che siamo, di ciò che saremo e di ciò che, ancora prima di questo nostro incontro con il passato, non sapevamo di essere.