Monte Bibele: uno straordinario contesto archeologico nel suo paleoambiente originario

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“Gli scavi sul Monte Bibele furono, fin da subito, l’occasione di poter indagare per la prima volta in Italia, in forma estensiva e con metodi scientifici, la cultura materiale, le forme insediative, ideologiche, cultuali e religiose, dei popoli che abitarono le regioni appenniniche nei tre secoli che precedettero l’avvento di Roma e l’attuale assetto territoriale. Evidente era la straordinaria influenza che le caratteristiche dell’ambiente fisico avevano avuto, nel corso dei secoli, nell’organizzazione delle prime strutture territoriali umane,ancora focalizzate, nel V – III secolo a.C., su quelle percorrenze di crinale e di promontorio su cui si erano mossi i primi cacciatori raccoglitori delle epoche più remote.”

Una piccola “Pompei” dell’Appennino

Il villaggio risultava essere stato distrutto da un violento incendio e repentinamente abbandonato nel corso del III secolo a.C. Il conseguente crollo delle strutture aveva quindi sigillato l’intero contenuto delle abitazioni, che era costituito da oggetti d’uso comune, da vasellame da mensa e da dolii, da utensili, oltre che da oggetti in ceramica e d’osso di complemento alla tessitura e alla filatura, e questa condizione restituiva così un contesto archeologico di eccezionale valore documentario.

Il “mundus” e il mondo sotterraneo

Una grande cisterna per la raccolta dell’acqua piovana, oggi reinterpretata come conserva, era disposta ai piedi dei terrazzamenti e dei relativi gruppi di abitazione, all’altezza di una profonda fessurazione naturale del banco roccioso, detta “Tana del Tasso”, cui era destinata la funzione sacrale di mundus del luogo. Nelle loro vicinanze si rinvennero alcuni bronzetti votivi e i resti di una piccola vasca di raccolta dell’acqua, a conferma della destinazione cultuale dell’area.

 

Il rito di fondazione etrusco – italico

Nel 1993, in circostanze fortuite collegate con la caduta di un fulmine, lo scavo veniva esteso al limite sud dell’abitato. Qui, lungo un rialzo roccioso, veniva alla luce un piccolo recinto in pietra da due pozzi laterali, interpretato come auguraculum, ovvero il luogo che accolse i riti augurali di fondazione dell’abitato. L’auguraculum di Monte bibele è il primo in Italia mai scavato con metodo scientifico. Da quel momento quel settore verrà indicato come “area dei fulmini”.

La necropoli di Monte Tamburino

Proseguivano nel frattempo le indagini sul Monte Tamburino, dove, tra il 1980 ed il 1998, in condizioni operative alquanto difficili, verranno portate alla luce 161 sepolture, 123 a inumazione e 38 a incinerazione, databili in un periodo compreso tra la fine del V secolo a.C. e la metà del III. Il sepolcreto consentiva di scandire la successione dei seppellimenti di donne, uomini e adolescenti, con corredi che, nelle diverse loro combinazioni, erano  indicativi dello stato sociale e dell’età del defunto.

L’Appennino: un crocevia di popoli

Nella necropoli le prime generazioni di morti furono etruschi o etrusco-umbri, ma a questi si affiancarono, a partire dal il 350 a.C.. altre componenti etniche e, in particolare, una componente Celtica. Presenti in massa come guerrieri, con  ricchi corredi di armi ritualmente manomesse, ben cinquanta di loro furono seppelliti nel sepolcreto, intercalati alle tombe di etruschi. Le due  popolazioni rimasero insieme per oltre cento anni, fortemente integrate tra loro.

La stipe votiva e il culto delle sorgive

Tra il 1993 ed il 1995, sul Monte tamburino e all’interno di uno strato di riempimento che colmava una leggera depressione del terreno, gli scavi porteranno alla luce, 195 statuette di bronzo e alcune centinaia di vasetti miniaturistici, inquadrabili nella produzione artigianale etrusco-italica di V sec. a.C. Il deposito, relativo ad una stipe votiva legata al culto delle acque sorgive, è a tutt’oggi il più consistente ritrovamento di bronzetti votivi dell’intera regione Emilia Romagna.