Arc.a: Archeologia e Ambiente

50 anni di indagini archeologiche


Arc.a è l’Associazione di promozione sociale costituita dall’equipe di archeologi che ha dato vita, in più di 50 anni di ricerche sul campo, al Museo Archeologico di Monterenzio e all’Area d’Interesse Archeologico Naturalistico di Monte Bibele, e che ne promuove lo studio e ne custodisce i beni rinvenuti, su concessione del Comune di Monterenzio e del Ministero dei Beni Culturali e del Turismo.

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Arc.a Monte Bibele: l’Associazione

Un innovativo progetto di ricerca e tutela


Arc.a è un format integrato di ricerca scientifica, tutela, valorizzazione e promozione turistica della biodiversità ambientale e del paesaggio storico e archeologico dei territori appenninici, il cui fine è promuoverne la conoscenza e la fruizione, utilizzando i più moderni sistemi interpretativi della ricerca archeologica e le più innovative tecniche di comunicazione multimediale.

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Un parco archeologico in Europa

Un modello gestionale innovativo


Arc.a è il progetto di “Parco in Rete” approvato dal comitato di indirizzo costituito dal Ministero dei Beni Culturali, dal Dipartimento di Storia Culture Civiltà dell’Università di Bologna e dal Comune di Monterenzio, quale piano integrato per la conoscenza, tutela e fruizione del “paesaggio culturale appenninico” che coinvolge soggetti pubblici e privati a livello nazionale ed internazionale.

Comitato-gestione

Il Comitato Tecnico Scientifico d’indirizzo

Il “Parco in Rete” dell’alta valle dell’Idice

“Vivi un’esperienza unica, nei luoghi dell’anima della nostra storia. Le scoperte archeologiche nella valle dell’Idice raccontate dagli archeologi che le hanno vissute, nei luoghi ancora incontaminati che videro la nascita della nostra civiltà.”

Visita il Parco Archeologico in Rete dell’Appennino bolognese

Monte Bibele

Area Archeologico Naturalistica di Monte Bibele

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Parcheggio pullman e auto – Centro Servizi: Info Point – Bookshop – Saletta conferenze – Toilettes – Ristoro – Da vedere: Visita all’abitato etrusco-celtico di Pianella di Monte Savino con ricostruzioni di abitazioni (V-III secolo a.C.) – Passeggiata nel bosco della necropoli celtica e della stipe votiva etrusco-italica di Monte Tamburino – Trekking sull’antica via “della Carrozza”.

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Entro il 2019: Foresteria – Rifugio escursionistico – Custodia – Servizio mobilità mezzi elettrici – Ampliamento parcheggio auto.

 

 

 

Monterenzio

Museo Archeologico “Luigi Fantini” di Monterenzio

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Reception – Bookshop – Toilettes – Saletta conferenze – Aula didattica – Laboratori – Da vedere: le sezioni espositive: reperti archeologici dal territorio – L’abitato di Pianella di Monte Savino – La necropoli di Monte Tamburino – La stipe votiva – La necropoli di Monterenzio Vecchio – Il quadrante solare di Monte Bibele – Saletta proiezione film “Appenninica” – All’esterno: ricostruzione al vero di un’abitazione etrusco-Italica.
FlashVisite

Arc.a Magazine

 


Newspaper-IconArticoli e news del nostro blog, per tenersi informati sul progetto Arc.a


“Appenninica”. Una straordinaria avventura di ricerca

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“Nella seconda metà dell’ʻ800 le valli orientali dell’Appennino bolognese, dallo Zena al Santerno, sono teatro di ricerche che svilupperanno i primi studi di natura enciclopedica del secolo precedente e che getteranno le basi di importanti discipline scientifiche, quali la geologia, la paleontologia e la stessa archeologia, ponendo quei territori al centro dell’attenzione internazionale.”

1783: la prima mostra archeologica

L’inizio delle ricerche archeologiche nella valle dell’Idice si può fissare alla fine del ‘700, con le prime osservazioni di natura enciclopedica del Dizionario Corografico dell’Appennino bolognese di Serafino Calindri. Punto di riferimento per gli studi che seguiranno sugli aspetti naturalistici, geologici, storici e archeologici delle valli del bolognese, Calindri documenta la prima esposizione archeologica dei rinvenuti avvenuti nel tempo lungo il corso del torrente Idice.

I “Gessi”: geologia e paletnologia

Alla metà dell’ʻ800, le valli del bolognese e dell’Imolese sono teatro dellʼevolversi di importanti discipline scientifiche, quali la geologia, la paletnologia e la stessa archeologia. Protagonista delle ricerche è Giuseppe Scarabelli, a cui si devono i primi studi scientifici di preistoria italiana e quelli sulla stratigrafia dei gessi in funzione delle prime teorie sull’orogenesi del paesaggio appenninico. A Scarabelli è dedicato il Museo di Geologia, Archeologia e Scienze Naturali di Imola.

Il “villanoviano” e i primi scavi archeologici

La nascita dell’Archeologia come disciplina scientifica collegata con Geologia e Paletnologia, muove i primi passi negli scavi operati da Giovanni Gozzadini a Caselle di Villanova, sul basso corso dell’Idice, scavi che daranno vita alla “cultura villanoviana”. Gozzadini interverrà poi a scavi estensivi nel pianoro di Misano, nella valle del Reno, mentre Scarabelli opererà il privo scavo archeologico in cavità ipogeica, presso la Grotta di Re Tiberio, nella valle del Senio.

1871: l’Appennino sulla scena Europea

Nel 1871, Bologna ospita il V “Congresso Internazionale di Antropologia e archeologia Preistoriche”, convegno che porrà il territorio appenninico bolognese al centro dell’attenzione degli studiosi di tutta Europa. Scarabelli presenta lo scavo della Grotta del Re Tiberio, primo scavo condotto con metodo stratigrafico, mentre Giovanni Capellini illustra i numerosi reperti litici provenienti dalla Croara, sulle colline di San Lazzaro di Savena.

Il Farneto e l’archeologia dei gessi

E’ grazie alla maggiore conoscenza geologica delle formazioni pedeappenniniche, che il settore della montagna tra il Savena e l’Idice sarà interessato, a fine secolo, dalle prime prospezioni archeologiche orientate all’esplorazione dei depositi interni ai complessi ipogeici della vena del gesso, a partire dalla scoperta, lo stesso anno del congresso di Bologna  del 1871, della grotta del Farneto, da parte di un giovane allievo di Capellini: Francesco Orsoni.

1881: la società Geologica Italiana

Dieci anni dopo il Congresso Internazionale del 1871, l’Appennino bolognese è nuovamente al centro dell’attenzione internazionale: il “Secondo Congresso Internazionale di Geologia”, tappa fondamentale nella storia di quella disciplina da cui prenderà vita la “Società Geologica Italiana”. In onore dei congressisti, già dal 1879, la sezione bolognese del Club Alpino Italiano aveva deliberato di comporre la prima “Guida dell’Appennino Bolognese”.

La prima guida C.A.I. dell’Appennino

L’edizione de “L’Appennino bolognese: descrizioni ed itinerari” del 1881, contenente una straordinaria Carta Geologica a colori dell’Appennino bolognese, costituirà una tappa fondamentale per la conoscenza fisica e geografica della regione appenninica. Ma oltre al caso eclatante della città etrusca di Marzabotto, il settore orientale dell’Appennino ancora non aveva restituito la percezione di quell’importanza che avrebbe svelato alla fine del secolo successivo.

I primi ritrovamenti in valle Idice

In questa fase di intensa attività sul campo, legata in parte alla raccolta di informazioni sulla presenza del “villanoviano” ad est di Bologna, ancora assiduamente promossa dal conte Giovanni Gozzadini, si inquadrano le prime segnalazioni di rinvenimenti archeologici avvenuti nell’alta valle dell’Idice. Nella stessa Guida del 1881, Gozzadini scrive una memoria dal titolo “Ritrovamenti archeologici nelle vallate Idice e Zena” entro cui si fissa lo stato delle conoscenze in quell’area.

Isex e Silarum nel cuore dell’Impero

Nel 1887, lo studioso tedesco Conrad Miller mette mano alla rielaborazione a colori della Tabula Peutingeriana, la più nota rappresentazione pseudocartografica della rete itineraria del mondo romano. All’Idice e al Sillaro risultava attribuita una importanza del tutto straordinaria, per nulla giustificata dallo stato delle conoscenze sulla demografia romana di quel settore appenninico. Quale allora il motivo di tale singolare rilevanza? Al quesito si sarebbe potuto dare una risposta solo molto tempo dopo.

La valle dell’Idice: l’antica porta del Mediterraneo verso il mondo transalpino

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“Per secoli appartata dai grandi sommovimenti della storia, l’alta valle dell’Idice fu di volta in volta protagonista di avvenimenti che hanno modificato i destini dellʼintero continente. Così è stato nel tentativo alleato di sfondamento della Linea Gotica tra l’Idice e il Santerno, quando alla liberazione di Bologna del 21 aprile 1945, è seguita la fine della guerra in Italia il 25 e quella in Europa l’8 maggio. Le scoperte archeologiche del dopoguerra dimostrano ora che già così era stato più di 2000 anni prima, nell’altra grande invasione da sud che la storia ricordasse: quella romana del II secolo a.C. Superato l’estremo bastione appenninico tra le valli dell’Idice e del Sillaro e conquistata Felsina, Roma ebbe aperta la via verso le terre d’oltralpe e sull’intero continente europeo”.

 

L’ultimo esploratore “romantico”

Con la fine del secolo e la scomparsa dei suoi protagonisti si conclude la grande stagione dell’archeologia bolognese dell’ottocento, lasciando il nostro Appennino in un silenzio lungo mezzo secolo. Figura di transizione degli studi sulla preistoria e protostoria emiliana del secondo dopoguerra è Luigi Fantini, speleologo, geologo, fotografo degli antichi edifici e ultimo esploratore “romantico” dell’Appennino bolognese.

Il tragico ritorno della Storia

Nel 1939, Fantini darà inizio ad una vasta campagna fotografica delle antiche abitazioni dell’Appennino bolognese, l’ultimo l’affresco di un mondo fatto ancora di luoghi, di achitetture, di volti e di tradizioni antichi. Un mondo che era rimasto per secoli discretamente appartato dai teatri dei grandi sommovimenti della Storia, ma che, di lì a poco, da quelli sarebbe stato nuovamente raggiunto e spazzato via.

1945: dalla tempesta alla primavera

L’avanzata alleata, in corsa con il tempo per il precoce arrivo dell’inverno e impantanata in un autunno freddo e piovoso, giunta a soli 30 chilometri da Bologna, si spegnerà sotto le vette del contrafforte di Monte Adone, Monterumici e Livergnano. Il bastione pliocenico non verrà mai superato e Bologna sarà liberata solo sei mesi dopo, il 21 aprile del 1945, dai Polacchi dell’armata adriatica di Anders.

Dalle distruzioni l’inaspettato

I bombardamenti, avevano via via svelato le tracce materiali di un popolamente antico della montagna in luoghi impervi ed inaspettati, luoghi che ne avevano per secoli occultato la memoria. Fin dal 1949 Fantini è già attivo in ampie ricognizioni del territorio e negli anni seguenti individuerà, tra gli smottamenti del bastione di Monte delle Formiche, strumenti litici da lui attribuiti al Paleolitico inferiore e medio.

Un antichissimo abitato

Alla fine degli anni ’50, un gruppo di cacciatori che seguiva le tracce di un tasso, giunse a Pianella di Monte Savino, la terza cima del massiccio del Monte Bibele. Nel tentativo di stanare l’animale furono usati tritolo e mine anticarro, residuati del fronte bellico. Dall’esplosione cominciarono ad affiorare muri di pietra, pezzi di vasi, ossa animali. L’abitato di Monte Bibele veniva bruscamente risvegliato dopo più di 2000 anni.

1972: iniziano gli scavi

Tra il 1956 ed il 1958 il luogo è oggetto di sopralluoghi da parte della Soprintendenza Archeologica dell’Emilia Romagna. Ci vollero però altri quindici anni prima che l’entusiasmo di cultori della materia e appassionati convincessero il Comune di Monterenzio ad intraprendere una impresa allora senza precedenti. Nel 1972 gli scavi di Pianella di Monte Savino ebbero inizio.

La porta dell’Europa

L’attacco alla linea Gotica, con le due direttrici, adriatica e tirrenica, l’una sulla porta della pianura a capo della via Emilia nel settore di Rimini, l’altra da sud, sul Passo del Giogo di Scarperia, sull’Idice e poi su Bologna, sembrava avere analogie con l’ultima grande invasione da sud di cui la storia ci avesse tramandato memoria: l’invasione romana della pianura Padana, avvenuta più di 2000 anni prima, agli inizi del II secolo a.C.

La via Flaminia minore

Nel 1976, l’ipotesi che la via costruita dal console Gaio Flaminio muovesse verso la via Emilia scendendo dall’alta valle dell’Idice veniva suffragata dalla presenza sul crinale Idice Sillaro di toponimi medievali rivelatori di un esito del nomen consolare identico alla più nota via Flaminia tra Roma e Fano. L’ipotesi avebbe in seguito spiegato la grande importanza che un documento come la Tabula Peutingeriana dava al crinale tra le due valli.

1978: interviene l’Università

E’ su queste più ampie motivazioni di carattere storico – topografico che, partire dal 1978, anno della morte di Luigi Fantini, la direzione degli scavi sul Monte Bibele viene assunta dai ricercatori dell’allora Istituto di Archeologia dell’Università di Bologna. L’indagine archeologica porterà, nei 20 anni successivi, all’esplorazione dell’intero abitato di Pianella, allo scavo di una necropoli e di una stipe votiva sul Monte Tamburino.

Monte Bibele: uno straordinario contesto archeologico nel suo paleoambiente originario

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“Gli scavi sul Monte Bibele furono, fin da subito, l’occasione di poter indagare per la prima volta in Italia, in forma estensiva e con metodi scientifici, la cultura materiale, le forme insediative, ideologiche, cultuali e religiose, dei popoli che abitarono le regioni appenniniche nei tre secoli che precedettero l’avvento di Roma e l’attuale assetto territoriale. Evidente era la straordinaria influenza che le caratteristiche dell’ambiente fisico avevano avuto, nel corso dei secoli, nell’organizzazione delle prime strutture territoriali umane,ancora focalizzate, nel V – III secolo a.C., su quelle percorrenze di crinale e di promontorio su cui si erano mossi i primi cacciatori raccoglitori delle epoche più remote.”

Una piccola “Pompei” dell’Appennino

Il villaggio risultava essere stato distrutto da un violento incendio e repentinamente abbandonato nel corso del III secolo a.C. Il conseguente crollo delle strutture aveva quindi sigillato l’intero contenuto delle abitazioni, che era costituito da oggetti d’uso comune, da vasellame da mensa e da dolii, da utensili, oltre che da oggetti in ceramica e d’osso di complemento alla tessitura e alla filatura, e questa condizione restituiva così un contesto archeologico di eccezionale valore documentario.

Il “mundus” e il mondo sotterraneo

Una grande cisterna per la raccolta dell’acqua piovana, oggi reinterpretata come conserva, era disposta ai piedi dei terrazzamenti e dei relativi gruppi di abitazione, all’altezza di una profonda fessurazione naturale del banco roccioso, detta “Tana del Tasso”, cui era destinata la funzione sacrale di mundus del luogo. Nelle loro vicinanze si rinvennero alcuni bronzetti votivi e i resti di una piccola vasca di raccolta dell’acqua, a conferma della destinazione cultuale dell’area.

 

Il rito di fondazione etrusco – italico

Nel 1993, in circostanze fortuite collegate con la caduta di un fulmine, lo scavo veniva esteso al limite sud dell’abitato. Qui, lungo un rialzo roccioso, veniva alla luce un piccolo recinto in pietra da due pozzi laterali, interpretato come auguraculum, ovvero il luogo che accolse i riti augurali di fondazione dell’abitato. L’auguraculum di Monte bibele è il primo in Italia mai scavato con metodo scientifico. Da quel momento quel settore verrà indicato come “area dei fulmini”.

La necropoli di Monte Tamburino

Proseguivano nel frattempo le indagini sul Monte Tamburino, dove, tra il 1980 ed il 1998, in condizioni operative alquanto difficili, verranno portate alla luce 161 sepolture, 123 a inumazione e 38 a incinerazione, databili in un periodo compreso tra la fine del V secolo a.C. e la metà del III. Il sepolcreto consentiva di scandire la successione dei seppellimenti di donne, uomini e adolescenti, con corredi che, nelle diverse loro combinazioni, erano  indicativi dello stato sociale e dell’età del defunto.

L’Appennino: un crocevia di popoli

Nella necropoli le prime generazioni di morti furono etruschi o etrusco-umbri, ma a questi si affiancarono, a partire dal il 350 a.C.. altre componenti etniche e, in particolare, una componente Celtica. Presenti in massa come guerrieri, con  ricchi corredi di armi ritualmente manomesse, ben cinquanta di loro furono seppelliti nel sepolcreto, intercalati alle tombe di etruschi. Le due  popolazioni rimasero insieme per oltre cento anni, fortemente integrate tra loro.

La stipe votiva e il culto delle sorgive

Tra il 1993 ed il 1995, sul Monte tamburino e all’interno di uno strato di riempimento che colmava una leggera depressione del terreno, gli scavi porteranno alla luce, 195 statuette di bronzo e alcune centinaia di vasetti miniaturistici, inquadrabili nella produzione artigianale etrusco-italica di V sec. a.C. Il deposito, relativo ad una stipe votiva legata al culto delle acque sorgive, è a tutt’oggi il più consistente ritrovamento di bronzetti votivi dell’intera regione Emilia Romagna.

Nasce il primo museo archeologico della civiltà appenninica preromana


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“Nell’estate del 2000, a 220 anni dalla prima esposizione di antichità del Conte Grati di Castel de’ Britti, si inaugurava l’attuale sede del Museo Civico Archeologico di Monterenzio, dedicata alla figura di Luigi Fantini, pioniere, per amore, della riscoperta dell’antica civiltà appenninica.”

1983: la prima esposizione

Sotto la spinta delle prime importanti scoperte di corredi funerari, verrà inaugurata nel 1985 una prima esposizione museale presso la biblioteca Comunale di Monterenzio. In quella occasione, verrà presentato il volume “Monterenzio e la valle dell’Idice”, la prima e più estesa sintesi dello stato delle ricerche sull’ambiente naturale, la geologia, l’architettura e l’archeologia del paesaggio, mai realizzata per un singolo settore di valle.

1988: il via al restauro

L’imponente quantità di reperti poneva la necessità di dotare Monterenzio di una struttura museale autonoma, con estesi ambienti espositivi, magazzini e laboratori per il restauro dei materiali. Nel corso del 1988 verrà inaugurato un primo laboratorio, dotato di magazzini e di apparecchiature informatiche per lo studio e la classificazione dei materiali, e si darà inizio alle pratiche per la costruzione del nuovo museo.

Un modello insediativo diffuso

La completa ricognizione del massiccio del Monte Bibele e la miglior comprensione delle dinamiche del popolamento in età preromana, avevano fatto ben comprendere che quel contesto doveva in realtà appartenere ad una più ampia e diffusa realtà insediativa. Di questa, la tipologia dei rinvenimenti segnalati da Gozzadini nel 1882 su Monterenzio Vecchio ne poteva essere una ulteriore testimonianza.

1999: Monterenzio Vecchio

Le ricognizioni operate sul Monterenzio Vecchio daranno il via, nel 2000, ad una nuova stagione di scavi. Negli anni seguenti, il sito di restituirà più di 40 sepolture, coeve a quelle del Monte Tamburino, ma contraddistinte dall’estrema ricchezza e complessità dei corredi, comprendenti suppellettili, ricchi servizi da banchetto, armi ed elmi di bronzo, questi ultimi di eccezionale fattura e stato di conservazione.

 

2000: si inaugura il Museo

Nel 1997 aveva mosso i primi passi il cantiere per la costruzione del nuovo museo. Nell’estate del 2000, dopo una lunga gestazione iniziata con la prima esposizione del 1983 e a 220 anni dalla prima esposizione del Conte Grati, si inaugurava l’attuale sede del Museo Civico Archeologico di Monterenzio, dedicata alla figura di Luigi Fantini, pioniere, per amore, della riscoperta dell’antica civiltà appenninica.

Credits del film “Appenninica”

Il film sulla storia delle ricerche archeologiche nella valle dell’Idice è stato realizzato nel 2008 dall’equipe del Centro di Ricerca Te.m.p.l.a. dell’Università di Bologna. Grazie all’impegno del Comune di Monterenzio e agli archeologi di Te.m.p.l.a., si darà il via nel 2010 ad una nuova stagione di ricerche che porterà nel 2015 alla realizzazione dell’Area d’Interesse Archeologico Naturalistico di Monte Bibele.

I luoghi del Parco in Rete

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“Una rete di luoghi dal grande potere evocativo. Luoghi che ospitarono uomini e donne liberi, uomini e donne che anche nella morte vollero continuare quell’oscuro viaggio nell’Aldilà che oggi trova qui luce. Viaggio – oggi lo sappiamo – non in un luogo, ma in un tempo: il tempo della loro riscoperta, della loro conoscenza e della nostra consapevolezza.”