
Con l’uscita del volume “Le vie romane dell’Appennino bolognese. Flaminia minore, Claudia e Cassiola” giungono a compimento 50 anni di ricerche archeologiche che hanno segnato una delle più avvincenti pagine di conoscenza della storia del nostro Appennino.
La millenaria memoria del nome dei luoghi restituisce oggi l’identità di tre antiche strade dimenticate che attraversarono in età romana l’Appennino bolognese – la Flaminia minore, la Claudia e la Cassiola – vie che costituirono uno dei più formidabili collegamenti stradali dell’Impero tra la VII e la VIII Regio, tra il mondo mediterraneo e l’Europa transalpina. La loro scomparsa, l’assenza di loro attestazioni dirette all’interno delle fonti itinerarie di età tardo imperiale e la mancanza di evidenze archeologiche certe dei rispettivi tracciati, sono i temi di una singolarità storica che ha da sempre attratto l’attenzione degli studiosi su tesi contrastanti, volte in taluni casi a negarne l’esistenza, o in altri ad orientare gli indizi di una più articolata rete itineraria sull’unica via comunque documentata dalle fonti latine, e cioè quella tra Bologna ed Arezzo che secondo Tito Livio venne tracciata dal console Gaio Flaminio nel 187 a.C.
È solo a partire dal 1976 che la ricerca sul campo si è mossa per la prima volta su basi topografiche concrete, dando vita ad una appassionante stagione di ricerche che ha condotto alla scoperta delle prime tracce materiali dei loro percorsi e alla definitiva soluzione di uno dei più controversi casi della Topografia Antica di cui questo volume vuole qui raccogliere i passaggi e le conclusioni.
La completa scomparsa dell’antica Claterna – unica città della via Emilia che non sopravvisse al passaggio dall’antichità al Medioevo – e la decadenza di Bononia, città martire della violenta transizione ad una nuova era, sono tra i motivi dell’abbandono definitivo dei loro tracciati, il cui avanzato disegno venne travolto dalla fine dell’Antichità e dal crollo di un intero orizzonte storico di millenario progresso, razionalità e civiltà del modo di costruire strade lungo gli impervi cammini del nostro Appennino.
Una invenzione del concetto stesso di “strada”, che fu per la prima volta concepito dalla cultura etrusca e romana come consapevole costruzione di una traccia indelebilmente impressa nelle linee del paesaggio e nel pensiero di chi le attraversava. Traccia che avrebbe per sempre fissato, nei secoli a venire, quei solchi del “Cammino della Storia” che qui, pur nella imperscrutabile variabilità dei loro destini, abbiamo voluto ritrovare e nuovamente percorrere.

