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Te.m.p.l.a. – Edizioni scientifiche per l’Archeologia


GuidaITA

 

Antonio Gottarelli (a cura di), Archeologia nell’alta valle dell’Idice. Guida turistica archeologico – naturalistica. Edizioni Te.m.p.l.a., 2015; formato 15 x 21 cm; ril. brossura; 224 pp., colore; ISBN 978-88-6113-097-5. Testi di: Antonio Gottarelli, Annachiara Penzo, Federica Proni, Sara Panzacchi.

€ 20,00

Questa guida è parte del più generale progetto di valorizzazione culturale ed ambientale dellʼalta valle dellʼIdice promosso dalle ricerche archeologiche condotte sul Monte Bibele, a partire dal 1965. Il suo scopo è fornire uno strumento di utilità e rapida consultazione per chi voglia intraprendere la visita al nascente Parco Archeologico di Monte Bibele e al nuovo allestimento del Museo Civico Archeologico di Monterenzio, luogo che ne custodisce i reperti. Una guida dunque dedicata allʼarcheologia dellʼAlta valle dellʼIdice, principalmente orientata alla promozione del lavoro svolto sul Monte Bibele allo scadere dei 50 anni dallʼinizio delle ricerche, ma comunque attenta a quei caratteri territoriali, paesaggistici e naturali che ne hanno determinato la storia.

GuidaING

 

Antonio Gottarelli,  ed., Archaeology in the Upper Idice Valley. Archaeological and naturalistic tourist guidebook. Edizioni Te.m.p.l.a., 2017; formato 15 x 21 cm; ril. brossura; 224 pp., colore; ISBN 978-88-6113-097-5. Texts by: Antonio Gottarelli, Annachiara Penzo, Federica Proni, Sara Panzacchi; Translated from the italian by: Alessandro Passi.

€ 20,00

The guidebook is part of a broader project aimed at promoting the upper valley of the Idice as a heritage and nature locality, stemming from the archeological research at the Monte Bibele site begun in 1965. The underlying idea is to provide an easily accessible reference publication for anyone wishing to visit the new Archeological Park and the completely renovated Municipal Archeological Museum of Monterenzio, where the finds are exhibited. The guidebook is mainly concerned with the  archaeology of the Upper Valley of the Idice, with special emphasis on the more recent work done at the Monte Bibele, some fifty years since the earliest research. It also includes a survey of the relevant territory and natural landscape features which are instrumental in determining the history of this area. This publication may thus be seen as the primary information media for a program aimed at fully promoting a wide expanse of territory.

Appenninica

 

Antonio Gottarelli,  Appenninica. Storia delle ricerche archeologiche nella valle dell’Idice. Edizioni Te.m.p.l.a., 2014; formato 15 x 21 cm; ril. brossura; 63 pp., colore; ISBN 978-88-6113-098-2.

AppenninicaProvino

 

Libro + Film in DVD Video, 40 min.

€ 15,00

Appenninica, testo integrale dell’omonimo film realizzato nel 2008 dal centro di ricerca Te.m.p.l.a. dell’Università di Bologna per il Museo Civico Archeologico di Monterenzio, parla di una epopea ai più sconosciuta, iniziata più di tre secoli fa nelle valli del bolognese tra il Santerno, l’Idice e lo Zena, che è storia di cui si è voluto qui ritrovare una trama, fatta di eroi solitari, di passioni civili e di destini incrociati tra coloro che tra gli impervi anfratti della montagna vollero indagare i misteri della natura e i destini dell’uomo.
E’ un’epopea fatta di luoghi, persone e avvenimenti a noi vicini e familiari, ma non per questo minore. Per secoli appartate dai grandi sommovimenti della storia, le nostre valli sono state di volta protagoniste di avvenimenti che hanno modificato i destini dell’intero continente. Così fu per l’invasione romana, che superato il bastione appenninico tra l’Idice e il Savena ha avuto libera la porta della pianura verso le terre transalpine, e così è stato nel 1945 per lo sfondamento della Linea Gotica tra il Savena e il Santerno: il 21 aprile Bologna è liberata, il 25 finisce la guerra in Italia, l’8 maggio quella in Europa.

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Antonio Gottarelli, Contemplatio. Templum solare e culti di fondazione. 1998 – 2013. Sulla regola aritmogeometrica del rito di fondazione della città etrusco-italica tra VI e IV secolo a.C., Collana di “Archeologia del Rito”, vol. 1. Edizioni Te.m.p.l.a., 2013; formato 16,5 x 24 cm; ril. filo refe, copertina cartonata colore, sovracopertina; 288 pp., b/n; ISBN 978-88-6113-003-6.

€ 50,00

Marzabotto, Banzi, Roma, Este. Un’inedita prospettiva di ricerca collega l’Italia dell’Urbe a luoghi insospettabili e meno conosciuti, alla ricerca di uno dei segreti più custoditi della storia: il fondamento concettuale del rito augurale di fondazione delle città. Punto d’inizio, lo svelamento del disegno nascosto della forma urbana della città etrusca di Marzabotto e la sua analogia con il fondamento cosmologico dei tre livelli cosmici discendenti: quello aereo, quello terrestre e quello infero. A queste dimensioni, e alle relative entità trascendenti, è rivolto il rito augurale di fondazione, il cui fine è la riunificazione dei tre templa in un unico grande templum. La sequenza degli atti rituali è allora una sorta di cosmogonia rovesciata, ove si riconduce all’unità primigenia ciò che l’atto stesso della nascita ha violentemente diviso. La liturgia del rito di fondazione continuerebbe così ad esprimere in sè il potere evocativo e drammaturgico del sacrifico dei miti cosmogonici delle origini, in quanto rievocazione rituale dell’atto violento di morte e rinascita che si pone all’inizio dei tempi e all’origine di ogni nuovo ordine spaziale. Il perpetuarsi di tale atto avviene dunque nella dimensione del Tempo, ove questi è l’espressione di uno Spazio Sacro la cui essenza è insita nella continua rotazione  dei corpi celesti intorno ad un centro, o asse, che ne identifica l’origine e l’inizio. Entrambe le dimensioni svelano così la loro valenza sacrale nelle geometrie dell’eterno movimento degli astri, nei numeri e nei rapporti che ne distinguono i ritmi e le fasi: primo fra tutti quello relativo al disegno dei moti del Sole – il Templum solare – espresso dalla figura aritmogeometrica che ne descrive le principali stazioni annuali di levata e tramonto sull’orizzonte locale dell’osservatore. La geometria del Templum solare del luogo, in quanto unione dei tre templa, indica quindi la figura che identifica le direzioni spaziali e gli istanti temporali entro cui avviene il ripetersi del miracolo della “Comunione dei Mondi”, comunione la cui azione liturgica è mirabilmente espressa nell’atto stesso della contemplatio.

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Antonio Gottarelli, Cosmogonica. Il fegato di Tiāmat e la soglia misterica del tempo. Dai miti cosmologici del Vicino Oriente Antico ad una nuova interpretazione del fegato etrusco di Piacenza, Collana di “Archeologia del Rito”, vol. 2. Edizioni Te.m.p.l.a., 2017; formato 16,5 x 24 cm; ril. filo refe, copertina cartonata colore, sovracopertina; 304 pp., b/n; ISBN 978-88-6113-009-8.

€ 50,00

Il grande Poema della Creazione babilonese, il mito di Enmeduranki, il libro dei segreti di Enoc, i rotoli di Qumran. Per la prima volta un unico percorso di ricerca svela le connessioni esistenti tra un piccolo modello bronzeo di fegato rinvenuto a Ciavernasco di Piacenza, all’alba dell’unità d’Italia, e la trama occulta di una delle più custodite discipline misteriche dell’antichità. La soglia del tempo, quella che è stabilmente definita dall’alternanza di stato tra il giorno e la notte e che è indotta dal continuo moto di rotazione del quadro celeste, è l’essenza stessa del principio su cui si fonderà l’intera costruzione cosmologica della dimensione concettuale del sacro, cui corrisponderanno, in luoghi e tradizioni differenti, e declinate solo formalmente in tempi e modi diversi, tutte le teorie dottrinali del mondo antico sulla natura del tempo e sulla sua origine. È in questa costruzione concettuale che l’eredità degli ordinamenti religiosi delle culture mesopotamiche – quella che ritroviamo in occidente ancora espressa all’interno della religione etrusca all’epoca della stesura dei manoscritti di Qumran – si distingue da altre nell’assegnare un ruolo cosmogonico chiave alle funzioni del fegato, in quanto mundus del corpo e “soglia” metafisica posta all’origine della vita e dell’universo stesso. Nella misura in cui i ritmi e le regole del passaggio dei grandi astri e dell’intero quadro celeste sulla soglia tra luce e tenebra costituirono la chiave per avvicinarsi alla comprensione dei Grandi Segreti del Cosmo, era logico immaginare che il Grande Poema della Creazione babilonese indicasse proprio nel fegato di Tiāmat, centro germinatore dell’antica Madre su cui Marduk ricompose il nuovo ordine celeste, la sede vitale per la comprensione “empatica” di quelle leggi. In quanto specchio delle configurazioni “enimmatiche” che il sistema avrebbe assunto nel suo sviluppo temporale futuro, la divinazione basata sull’ispezione del fegato venne considerata in Mesopotamia, e poi ancora presso Greci ed Etruschi, la prima e più importante forma di interrogazione dei destini futuri. Ed è a questa più estesa costruzione cosmologica, e non ai soli e mutevoli esiti delle sentenze da essa derivate, che va più correttamente ricondotta l’interpretazione di uno dei più enigmatici reperti archeologici dell’antichità: il Fegato etrusco di Piacenza.

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Antonio Gottarelli, Padānu. Un’ombra tra le mani del tempo. La decifrazione funzionale del fegato etrusco di Piacenza, Collana di “Archeologia del Rito”, vol. 3. Edizioni Te.m.p.l.a., 2018; formato 16,5 x 24 cm; ril. filo refe, copertina cartonata colore, sovracopertina; 288 pp., b/n; ISBN 978-88-6113-010-4.

€ 50,00

Il Sole, la Luna, le costellazioni, le 16 stazioni annuali di un calendario liturgico rituale e le 6 porte che scandiscono il ritmo di levata dei corpi celesti sull’arco solstiziale: sono dunque questi gli elementi chiave per comprendere la complesso trama di iscrizioni presenti sul Fegato etrusco di Piacenza? Nel precedente volume eravamo giunti alla conclusione che il piccolo bronzo poteva essere un modello simbolico e stilizzato dello stesso Fegato di Tiāmat, “con funzione strumentale per il calcolo delle fasi cicliche del tempo”. Sciolto così ogni legame con la pratica epatoscopica, ci eravamo chiesti cosa sarebbe accaduto all’intero castello di congetture sulle 16 regioni del nastro periferico se, in altri contesti, si fosse arrivati a dimostrare che l’immagine ideale del Templum celeste presentasse una diversa figura e un diverso sistema d’orientazione rispetto a quanto tradizionalmente ipotizzato. La risposta era più che ovvia: l’intero castello sarebbe crollato e l’interpretazione del Fegato di Piacenza avrebbe dovuto essere interamente reimpostata su nuove basi. E sono proprio queste basi il punto di arrivo del lungo percorso di ricerca che nel precedente volume ci ha permesso di collegare la geometria del Templum solare del luogo ai significati di una delle più custodite dottrine misteriche dell’antichità: quella dei grandi “segreti del Cielo e del Sottosuolo” che furono impressi sul fegato dell’antica madre Tiāmat, all’atto della rifondazione cosmogonica. E saranno proprio i meccanismi astronomici del Templum solare del luogo, così come li abbiamo ritrovati descritti nel “Libro dell’Astronomia” di Enoc, che ci forniranno ora la chiave interpretativa da cui ripartire per giungere alla sua completa decifrazione.Si sveleranno così le funzioni di uno dei più straordinari strumenti rituali dell’antichità per il computo della dimensione liturgica dello scorrere del tempo, primo oggetto palmare, analogico digitale, mai rinvenuto, in grado di fissarne i ritmi e le geometrie. Ma quello a cui ci porterà la sua decifrazione è molto più di questo, perchè il suo contenuto simbolico e strumentale aprirà nuove e straordinarie future prospettive di ricerca sui fondamenti concettuali della stessa “Etrusca disciplina” e sui processi che porteranno l’Etruria tirrenica al suo estremo confine padano settentrionale. La linea del 45° parallelo che è solcata dal grande fiume del nord Italia che attraversa quella pianura e che accolse le spoglie di Fetonte, coincide con l’antico asse di equilibrio che fu dell’ordine cosmico delle origini e corrisponde a quell’“equatore gnomonico” che trova un preciso riscontro nelle funzioni strumentali del modello. Sul fegato, tale riscontro è rappresentato da un segno inciso che è sempre presente sui più antichi modelli epatoscopici del Vicino Oriente, e la cui traduzione nel termine accadico padānu mostra una straordinaria familiarità con i nomi che in seguito verranno attribuiti a quella stessa pianura e al grande fiume che la attraversa.